di Davide Milani, Presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo
Dove abita oggi il sacro? Certo, nel tempio, nel rito, nella Parola rivelata, in chi cerca Dio e lo vive, lo testimonia. Ma brilla anche laddove il senso comune meno lo attende: nel corpo ferito, nelle nascite che restituiscono futuro, in chi porta speranza là dove sembra impossibile possa esserci, nei segni della provvidenza che invitano a confidare ancora nel bene.
Il cinema che il festival Tertio Millennio propone da trent’anni lavora proprio su questa soglia: mostra il visibile per lasciar intuire ciò che lo eccede. È la convinzione da cui nasce, per volontà di san Giovanni Paolo II: la cinematografia come luogo in cui l’uomo contemporaneo continua a fare i conti con il senso trascendente, anche quando non lo nomina.
Krzysztof Kieślowski, che questa edizione celebra a trent’anni dalla morte, ne resta un testimone limpido. La sua ricerca spirituale nasce da una ferita: la scoperta dell’uomo che, pretendendo di calcolare tutto, deve ammettere come la vita gli sfugga. Nella sua poetica il nome di Dio quasi non compare, eppure tutto rimanda a lui, come la grazia che arriva senza imporsi. Kieślowski non predica i comandamenti: ne mette alla prova senso e plausibilità nella vita concreta, là dove legge e misericordia si cercano.
Il compito della Chiesa nel cinema non è attribuire alle opere aggettivi di cattolicità, ma mettere in comunione le domande che esse sollevano con il cuore dell’uomo chiamato a destarsi dal torpore. Il sacro non si definisce, si riconosce. Il nostro festival esiste per offrire occasioni a questo incontro.













