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Oltre lo schermo: il trascendente nel cinema contemporaneo

di Corinne Vosa

Io chi sono? si chiedeva Battiato. “La luce si unisce allo spazio in una cosa sola” rispondeva. Tanto si potrebbe dire di questi versi. C’è l’allusione al superamento della dualità spirito – materia ad esempio, ma un estimatore della settima arte può anche vedervi una definizione perfetta di cinema perché nel buio della sala cinematografica la luce delle immagini genera una nuova dimensione.  Se consideriamo invece il significato metafisico datogli da Battiato allora possiamo arrivare a una più specifica sponda dell’arte umana: il cinema spirituale.

Immaginiamo ora la condizione dell’essere umano analoga a quella dell’uomo di spalle nel dipinto di Friedrich Viandante sul mare di nebbia, tutto solo a contemplare l’incomprensibile in mezzo alla sua distesa di potenza. Il cinema spirituale ci parla di questo turbamento esistenziale, dell’angoscia di cercare risposte non alla nostra portata e rivela risonanze e visioni relative al nostro rapporto con l’Assoluto.

Nell’ambito della XXIX edizione del Tertio Millennio Film Fest, è stato presentato dal 5 all’8 novembre il ciclo di incontri Oltre lo schermo: il trascendente nel cinema contemporaneo. Sono intervenuti Federico Capitoni, docente e critico musicale, Roberto De Gaetano, docente della Sapienza, Paola Della Torre, docente presso la LUMSA e Renato Butera, docente Università Pontificia Salesiana.

Innanzitutto è bene mettere a fuoco la differenza tra cinema trascendente – o spirituale – e cinema sacro – o religioso – che prende spunto da opere della Sacra Scrittura o da personaggi iconici della tradizione religiosa. Diversamente il cinema trascendente non necessita in alcun modo della tematica sacra, dal momento che indaga la spiritualità in senso più ampio, ovvero quella predisposizione insita nell’essere umano a interrogarsi sul senso della vita e del proprio e altrui stare al mondo. Dunque non richiede l’adesione a una specifica religione ma l’attitudine tipicamente umana di ricercare e percepire qualcosa di più grande o anche solo vivere nel dubbio e nella ricerca di senso. Ogni essere umano, anche senza saperlo, è un essere spirituale e l’arte è riflesso e profonda espressione dell’interiorità umana. Ma quali sono le caratteristiche del cinema trascendente, il cinema che dunque si interroga sul senso della vita, sui dilemmi umani?

Abbiamo individuato una serie di caratteristiche generali. Iniziamo con il dire che il cinema spirituale è una forma di preghiera che espleta il bisogno umano del sovrumano. Non occorre essere religiosi per pregare se per pregare intendiamo un’esperienza intensa di contemplazione e riflessione sul senso e sulle trame e i perché del tempo e della vita. Quello del cinema metafisico è uno sguardo che si apre al sacro, ma anche un cinema capace come nessun altro di raccontare l’umanità in tutte le sue ferite, nella propria autenticità. Dilatazione temporale, sottrazione, essenzialità, corporeità. La forma è significante, epifania dell’eterno. Rivela l’invisibile nel visibile.

Nel suo saggio sul cinema trascendente (Trascendental Style in Film) Paul Schrader individua tre autori esemplificati di questo cinema: Ozu, Bresson e Dreyer. Partendo dal rigore e dalla profondità di questi tre giungiamo però a tantissimi altri cineasti, sia contemporanei che non: Tarkovskij, Wim Wenders, Terrence Malick, Lars von Trier e lo stesso Schrader sono tra i principali. Pensiamo alle atmosfere dilatate e oniriche di Melancholia costruite sulla dissonanza del Preludio wagneriano del Tristano e Isotta o ai dilemmi morali delle Onde del destino; alla lentezza volutamente esasperante di film come Stalker o Nostalghia dai quali emergono personaggi e paesaggi statici, come se il tempo venisse scolpito; all’atto del vedere, del sentire e dell’entrare nella contemplazione in Perfect Days o nel Cielo sopra Berlino; all’anelito di trascendenza in The Tree of Life. Un genere cinematografico che non ci aspetteremmo presenta ha tanto di questo cinema: l’horror. Esempi recenti sono A Ghost Story di David Lowery, Climax di Gaspar Noé, The Witch di Robert Eggers. Qui la sottrazione viene in molti momenti sostituita dall’eccesso voluto e ricercato, ma le caratteristiche fondanti del cinema spirituale rimangono intatte.

Per Ralph Waldo Emerson un’opera d’arte ci colpisce quando rende visibile qualcosa che già era in noi in forma indistinta, quando porta a espressione una verità che percepivamo solo in modo intuitivo. Liberazione, catarsi, rivelazione. È questa la natura dell’arte, ma soprattutto del cinema spirituale. Attraverso di esso facciamo esperienza dell’insondabile ed è più che possibile che un giorno vedendo uno di questi film ci commuoveremo di fronte all’immenso mistero dell’Eterno e forse una lacrima sgorgherà dalle profondità dell’essere.

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