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INTERPRETI: Kais Nashif, Shany Verchik, Mickey Leon, Hila Mezger | SCENEGGIATURA: Roy Krispel | FOTOGRAFIA: Matan Balalty | MONTAGGIO: Oz Guttman | SUONO: Michael Goorevich | SCENOGRAFIA: Tamar Gadish | PRODUZIONE: Itai Tamir e Ami Livne per Laila Films, in coproduzione con Jérémy Sahel e Fred Bellaïche per Da Prod e Roy Krispel

Drammatico; Israele-Francia; 2020

V.O. con sottotitoli in italiano

Salah, un padre in lutto, si mette in viaggio a piedi nonostante coprifuoco e caldo torrido per attraversare il confine israeliano e riportare a casa la salma del piccolo figlio Omar, custodita in un borsone. Lungo la strada l’uomo incontra Miri, single e incinta, che decide di aiutarlo ad ogni costo. La storia di due anime sole che si incontrano e malgrado le differenze culturali decidono di unire le forze per superare gli ostacoli causati dall’eterno conflitto israelo-palestinese.

 

NOTE DI REGIA

Tutto ha avuto inizio con un’immagine. Ero a una mostra di fotogiornalismo intitolata Testimonianza. Tra tutte le foto esposte, una ha attirato la mia attenzione. Forse la più sobria, la più  essenziale di tutte. E mentre leggevo la didascalia, ho appreso che raffigurava un uomo palestinese in viaggio durante il coprifuoco per riportare a casa suo figlio, morto a causa di un’anomalia cardiaca in un ospedale israeliano, per seppellirlo nel suo Paese. Ho sentito subito il desiderio di farne il punto di partenza per una sceneggiatura. «Dove lo condurrà la realtà a partire da lì?». Questa è la domanda che ha costruito il film.

L’uomo sale sul primo autobus che vede. Non sa dove lo porterà, ma è soddisfatto perché c’è l’aria condizionata e, durante il viaggio, potrà convogliarla verso la sacca che contiene le spoglie di suo figlio. Lungo il viaggio sarà poi affiancato da Miri, una giovane donna israeliana che lo aiuterà quasi suo malgrado, anche in modo goffo. Mentre stavo iniziando una seconda versione della sceneggiatura, ho saputo che sarei diventato padre, ma questo lieto evento in realtà ha bloccato il mio processo di scrittura.

La storia di Salah, sbattuto a destra e a sinistra con il corpo di suo figlio, diventava sempre più difficile da concepire. Il confronto con la realtà mi è sembrato improvvisamente molto concreto, molto reale, quasi troppo. L’identificazione con il dolore di Salah mi ha spinto a cambiare il personaggio: ho iniziato a renderlo più chiuso, più muto, apparentemente meno ribelle, il silenzio pesava più delle parole per raccontare il suo dolore. Ho voluto tradurre questa storia in immagini con gravità e tenerezza, in modo che potesse toccare l’umanità e il cuore delle persone, per portare lo spettatore,  indipendentemente dalle sue convinzioni politiche e religiose o dalla nazionalità, a collegarsi alla tragedia umana che si verifica ogni giorno in Israele.

Per essere il più vicino possibile alla cultura israeliana – una cultura segnata dal lutto, certo, ma anche dalla vita – il film non poteva essere totalmente scuro. Ecco perché, nonostante la tragedia di Salah, in questa traversata – e questa parola ben si addice a ciò che vive il protagonista – possiamo trovare un raggio di luce, di risate, di umanità e anche di libertà. Una serie di personaggi diversi e singolari, pittoreschi o oscuri, appaiono sul percorso di Salah e Miri e lo illuminano ogni volta in modo diverso. Ma spero che ci si ricordi anche del rapporto che via via si instaura tra Salah e Miri. Un rapporto che inizia con cautela e che si rafforza gradualmente nel corso del film trasformandosi in un legame forte, profondamente umano, silenzioso.

Spero che il risultato finale, che rispecchia pienamente le intenzioni che avevo in fase di sceneggiatura, riesca a trasmettere una storia agrodolce e, attraverso di essa, la complessità della realtà, l’assurdità della situazione, la coesistenza tra la vita e la  morte, e la forza della vita, nonostante tutto.