Amore e pace nel tempo del Coronavirus

di Card. Gianfranco Ravasi, Presidente Pontificio Consiglio della Cultura

L’esperienza sociale del Covid-19 ha già generato in molte nazioni un’imponente serie di riflessioni secondo molteplici generi e tipologie. La tentazione sarebbe quella di opporre a questo eccesso di analisi e considerazioni la voce di Giobbe che rigettava le parole degli amici teologi venuti a confortarlo definendole decotti di malva, incapaci di spegnere il suo dolore lacerante. Oppure, si sarebbe inclini a far risuonare la frase aspra di un altro sapiente biblico, Qohelet, che ammoniva: «Tutte le parole sono logore e l’uomo non può più usarle» (1,8).

Eppure la vicenda vissuta dalle varie comunità potrebbe generare nuovi fenomeni e modelli culturali, religiosi, sociali e, più generalmente, umani. A interpretare, a livello religioso, questo mutamento drammatico è stata una presenza alta: le immagini in mondovisione di papa Francesco nella piazza S. Pietro deserta, sotto una pioggia battente con l’emblema del Cristo crocifisso e con le parole evangeliche meditate della tempesta sedata in quella sera del 27 marzo scorso, sono state e saranno la sintesi mirabile di un grande approccio umano e spirituale alla pandemia. Papa Francesco, a più riprese, ha riportato l’evento al cuore stesso del cristianesimo. Infatti il Dio cristiano è diverso dalle divinità antiche come Giove, relegate nel loro mondo olimpico dorato, apatici rispetto alle sofferenze umane. È, invece, un Dio che nell’Incarnazione ha scelto di assumere la stessa nostra carta d’identità, fatta, sì, anche di gioia, ma soprattutto di limite, di dolore e di morte.

Anche Cristo ha avuto paura e fin orrore della morte, il cui volto severo si era presentato davanti a lui come a noi ora, nonostante l’avessimo prima esorcizzato e ignorato: «Padre, se è possibile, passi da me questo calice» avvelenato. Anche lui ha sperimentato l’isolamento degli amici, i discepoli, che rimangono lontani, o, come nel caso di tante persone sole malate, lo hanno abbandonato. Anche lui ha avuto la carne ferita dalle torture e ha provato persino la peggiore delle solitudini, il silenzio del Padre («Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»).

Alla fine anche lui, a causa della crocifissione, è morto come molti malati di coronavirus, per asfissia, dopo aver emesso un respiro estremo. Aveva ragione il teologo martire del nazismo, Dietrich Bonhoeffer, quando nel suo diario in carcere, scriveva: «Dio in Cristo non ci salva in virtù della sua onnipotenza, ma in forza della sua impotenza». Sì, perché in quei momenti non si è chinato su qualche malato per guarirlo, come aveva fatto durante la sua vita terrena, ma è diventato lui stesso sofferente e mortale. Non ci liberava dal male ma era con noi nel male fisico e interiore.

Eppure, anche quando era un cadavere sballottato qua e là, come è accaduto in questo periodo a molte vittime del virus, per la fede cristiana egli era sempre il Figlio di Dio. È per questo che – sperimentando nella sua carne la nostra umanità misera, fragile e mortale – ha deposto in essa per sempre un seme di eternità e di speranza destinato a sbocciare. È questo il senso della risurrezione, «l’altra faccia della vita rispetto a quella rivolta verso di noi», come diceva il poeta austriaco Rainer M. Rilke.

A livello culturale generale tante altre cose ha insegnato questo male a chi crede e anche a chi non crede. Ci ha, infatti, svelato la grandezza della scienza ma anche i suoi limiti; ha riscritto la scala dei valori che non ha al suo vertice il denaro o il potere; lo stare in casa insieme, padri e figli, giovani e anziani, ha riproposto fatiche e gioie delle relazioni non solo virtuali; ha semplificato il  superfluo e ci ha insegnato l’essenzialità; ci ha costretti a fissare negli occhi dei nostri cari la stessa nostra morte; ci ha resi fratelli e sorelle dei tanti Giobbe, dandoci il diritto persino di protestare con Dio, di alzare le nostre domande e lamenti a lui.

Ma soprattutto ha rivelato un valore supremo che è umano e religioso in modo inscindibile, l’amore. Ed è proprio per questa via che forse è stato gettato un seme di pace tra le persone e tra i popoli nel terreno arido della pandemia. Molti conoscono il romanzo dello scrittore colombiano Gabriel García Márquez, L’amore ai tempi del colera (1982), un titolo che potrebbe essere trascritto per il coronavirus. Un titolo che è stato verità soprattutto nei tanti medici, infermieri, volontari, operatori vari, pronti ad andare oltre la legge dell’«amare il prossimo come se stessi», per seguire quella estrema di Gesù: «Non c’è amore più grande di colui che dà la vita per i suoi amici».

Abbiamo voluto, in modo solo esemplificativo, gettare uno sguardo su uno dei tanti interrogativi umani e spirituali aperti già in passato e ora divenuti più urgenti e di forte impatto anche a livello comune. Per concludere, vorremmo ritornare all’esperienza culturale e religiosa, tenendo ancora in prospettiva il tema della pace e della comunione tra i singoli e i popoli. C’è una parola che viene ripetuta anche da coloro che non ne hanno un concetto preciso: «resilienza», dal latino resilire, «rimbalzare», adatto a definire quella proprietà di alcuni materiali, come i metalli, di assorbire un urto senza rompersi, riprendendo la forma originaria. Traslato in ambito psicologico, sarebbe quel processo che fa rielaborare il dolore, la perdita, il lutto, il trauma superandoli e sviluppando energie interiori prima ignote.

E tale capacità di resilienza è propria della cultura, come testimonia il Tertio Millennio Film Fest, che festeggia i suoi primi 25 anni di vita, attestandosi come una delle più longeve manifestazioni del settore. Anche quest’anno, la sua proposta nell’ambito del cinema spirituale e la presenza di una nutrita giuria ecumenica e interreligiosa ne fanno uno dei più significativi eventi nel segno della pace e del dialogo non solo fra cristiani e credenti di varie religioni, ma anche con coloro che non hanno fede. Come confessava lo scrittore García Márquez sopra citato: «Sfortunatamente, Dio non ha uno spazio nella mia vita. Nutro la speranza, se esiste, d’avere io  uno spazio nella sua».