Edizione 2021

Persone dietro numeri: superare la pena detentiva

di Luigi Pagano
già Direttore della Casa Circondariale di Milano San Vittore e Direttore della Casa di Reclusione di Milano – Bollate

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“Da millenni gli uomini si puniscono vicendevolmente – e da millenni si domandano perché lo facciano”.

Questa affermazione di Wiesnet Eugen tratta da “Pena e retribuzione: la riconciliazione tradita”, ci dice di non illuderci.

Il dibattito sulle finalità della pena non è un cruccio inventato da noi moderni, ma viene dagli albori del mondo se è vero, come racconta la Bibbia, che già Nostro Signore, subito dopo la creazione, si trovò, in una umanità che contava appena 4 persone, ben tre di loro compromessi in una azione delittuosa: un furto in concorso e un omicidio.

Lui tagliò corto e li cacciò dal paradiso, ma gli uomini, in seguito, non hanno avuto idee altrettanto coerenti.

Nei fatti, la pena è una reazione a un comportamento dannoso recato a persone e/o alla comunità il cui esercizio, onde evitare una perenne faida, lo Stato ha sottratto alla gestione privata.

Questa è la pena, alle sue origini, ma col tempo la riflessione su di essa ha portato ad attribuirle anche altre finalità, due nello specifico, la prevenzione generale, ovvero “ti punisco per lanciare un monito a chi avesse in mente di fare altrettanto”, e la prevenzione speciale, il chiedersi cosa farsene del reo.

Inevitabile, il reciproco condizionarsi perché se la pena deve essere minacciosa è pur logico che paventi l’inflizione di un male. Ma quale attenzione concedere al condannato quando la pena consisteva nella sua impiccagione, decapitazione, squartamento, lapidazione? Al massimo una rapida morte senza tortura dichiarandosi colpevoli e pentiti.

Il problema, così, sembrò risolto quando, nell’epoca dei lumi, si ritenne che la detenzione, sino ad allora utilizzata per altri scopi, potesse divenire la pena ideale sia perché meno cruenta per la sensibilità del tempo e sia in quanto duttile, potendo utilizzare il tempo come unità direttamente connessa alla gravità del reato.

Una pena meno rigorosa e più utile, quindi, ma ben presto si capì che il carcere poneva più problemi di quanti ne risolvesse tant’è che la necessità della sua riforma si impone contestuale alla sua nascita.

Ed è attuale ancor più oggi quando le solenni dichiarazioni che vogliono una pena non lesiva della dignità umana e tendente al reinserimento del condannato hanno fatto deflagrare drammaticamente le contraddizioni esistenti tra il dire e il fare.

Se, infatti, l’efficacia della pena detentiva va misurata sui quei principi, sanciti in Italia dalla Costituzione e ripresi integralmente dalla riforma penitenziaria del 1975, il fallimento è palese.

Le ripetute condanne all’Italia, da parte del Consiglio d’Europa, per trattamento inumano e degradante, sono recenti. E parlare di reinserimento non è il caso quando i dati statistici dicono che l’80 per cento dei liberati tornano a delinquere.

Il fallimento è nella difficoltà genetica e funzionale a raggiungere le mete fissate anche se le gravi carenze di risorse esistenti, rispetto al numero dei detenuti, confondono le idee facendo ritenere che la questione potrebbe essere risolta solo aumentando gli investimenti (seppure questi, in una logica da Comma 22, continuano a lesinarsi).

La pena detentiva, deve essere chiaro, va superata, ricordando che la limitazione della libertà, a maggior ragione il carcere, è vista, dalla Costituzione, quale misura eccezionale, extrema ratio.

Ma in attesa che l’idea possa affermarsi dobbiamo rassegnarci?

No, affatto.

Dico, per necessità di sintesi, che già solo la concessione di alternative alla detenzione, sgravate da orpelli (leggasi braccialetti) che hanno solo la  funzione di limitarne la concessione, per coloro che debbono scontare sino a due anni porterebbe alla riduzione delle presenze negli istituti penitenziari di almeno 10/15 mila considerando che oltre della metà dei detenuti definitivi si trova in quelle condizioni.

Un carcere meno affollato significa migliore vivibilità, venir fuori dalla grottesca impossibilità di non poter garantire neppure un posto letto alle persone arrestate, con più spazi e risorse a disposizione per investirle in iniziative, lavoro, scuola, formazione etc, utili al reinserimento.

Nelle camere di pernotto, ex cella, la persona deve rimanerci il meno possibile e svolgere, invece, la sua vita all’esterno di esse, scegliere, in collaborazione con il personale, quali attività a cui partecipare, trasformarsi da soggetto esecutore passivo di regole disciplinari in costruttore responsabile del suo futuro.

Senza voler menare vanto è quello che abbiamo cercato di creare a Bollate e, nel suo piccolo, come dimensione, alla Nave di San Vittore e all’Icam.

I risultati ci hanno dato ragione scoprendo, da una ricerca su Bollate condotta dal Sole 24 ore, che più delle attività pur esistenti è stata fondamentale per il reinserimento degli ex detenuti “l’esperienza di un carcere che, pur limitandone la libertà, non li umilia, li responsabilizza, lascia loro spazi di autodeterminazione. I risultati suggeriscono che questo basti per innescare un processo di riabilitazione. Il rispetto della dignità del detenuto finisce dunque per produrre sicurezza. In conclusione: non è vero che, nel ridurre la recidiva, niente funzioni. Un’analisi rigorosa dell’esperienza di Bollate conferma che si può̀ fare… È interessante osservare che anche solo condizioni dignitose, in un contesto responsabilizzante e operoso, sembrano efficaci. E queste condizioni sono certamente realizzabili dalla politica carceraria.” (Persone dietro i numeri. Un’analisi del rapporto tra sistemi penitenziari e recidiva di Daniele Terlizzese – Questione Giustizia).

Ma non è proprio questo che chiede l’articolo 27 della Costituzione?