Edizione 2021

Terra e comunità: alla scoperta di This Is Not a Burial, It’s a Resurrection

di Barbara Ghiringhelli
docente di Antropologia culturale e Antropologia del turismo presso la Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM di Milano

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Siamo nel distretto di Leribè, nel nord del Lesotho, vicino al fiume Orange.

“Le leggende dicono che questo posto era chiamato la pianura delle lacrime”. I missionari l’hanno poi ribattezzato Nazareth, ma “la gente lo chiamava semplicemente casa”. Questo passaggio ci riporta con forza al significato del nome Lesotho, il regno montuoso il cui nome significa “terra dei Basotho”, nazione con una grande omogeneità etnica, essendo circa il 98% della popolazione di etnia Basotho.

“Terra dei Basotho”, non proprietà, ma luogo di vita, contesto di comunità. Come terra madre. E questo bellissimo film parla di Mantoa, una donna Basotho, una madre, la guaritrice del villaggio e di un figlio che non ritorna perché non c’è più, morto nelle miniere d’oro sudafricane.

Potente l’attaccamento alla terra in quanto casa dei vivi e dei morti. La terra come luogo di comunità, come radice della propria identità, la terra come forza che alimenta e sostenta l’uomo, una terra che “tecnicamente, è la terra del re, ci è stata solo prestata”, e che per Mantoa è nutrimento non solo materiale ma anche spirituale. Ed è proprio per la difesa e la salvaguardia del luogo della sepoltura, lo spazio cimiteriale, sul quale è decisa la costruzione di una diga, che Mantoa rinascerà, trovando in sé la forza per una ribellione non armata che la porterà a mettersi letteralmente a “nudo” nel contrasto e nell’ opposizione a tale scelta.

Da qui la nascita del mito, lei stessa alimenterà la memoria collettiva della comunità garantendo così, attraverso tale passaggio, il mantenimento dell’identità di una comunità deterritorializzata poiché dislocata, “sfrattata” dalla diga. Se nello spostamento territoriale tale gruppo riuscirà a rimanere comunità, dialogante, resiliente e adattiva allo spostamento, non sarà una crisi, una morte, ma una possibilità di vita nuova per la stessa comunità. Anche grazie al mito!

Sono davvero tanti gli spunti che il film offre per riflettere su questioni le più diverse: natura e cultura, identità e appartenenze, urbanizzazione, migrazioni, sviluppo, globalizzazione, tradizioni e credenze, religione, non ultimo ruolo della donna, degli anziani, ruolo dei vivi e dei morti.

Nessuno di questi è più o meno importante degli altri. Mi sembra possibile intravedere un file rouge. Il legame, profondo e ancestrale, che lega l’essere umano a una realtà territoriale e l’importanza del conferimento di valore antropologico alla natura che, attraverso questo processo evolve in territorio.

Un processo di particolare complessità, in grado di evocare un insieme di valori che può essere colto secondo una dimensione ontologica, una dimensione costitutiva e una dimensione configurativa. Quest’ultima, utilizzando le parole di Angelo Turco, geografo umano e africanista, è un momento durante il quale la «territorialità assume conformazioni assiologie, evocative o testimoniali, rivolte all’interiorità umana – individuale o collettiva – agli stati d’animo, ai desideri d’azione, alle molte declinazioni della coscienza della realtà terrestre».

Il territorio assume così consapevolezza di sé, acquisisce un’intelligenza evolutiva che attraverso le pratiche memoriali diventa un contesto di apprendimento su quanto è stato prodotto in passato dalle comunità che lo hanno abitato e di progettazione su come impostare un buon agire territoriale per le generazioni presenti e future, assumendo espressione simbolica della crescita dell’umanità, delle sue potenzialità e responsabilità.