Edizione 2021

Oylem: mondo, folla, eternità

di Miriam Camerini
regista teatrale, attrice, cantante e studiosa di ebraismo

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Un abbraccio in bianco e nero. Così a prima vista mi appare Oylem, lungometraggio di Arthur Borgnis che descrive un mondo che non c’è più, ma che forse in realtà così non è mai stato, neppure quando c’era. Spesso vediamo, leggiamo e ascoltiamo le voci dello “shtetl”, della cittadina a maggioranza ebraica dell’Est Europa, in quel che oggi è Russia, Polonia, Ucraina, Lituania, Lettonia e che per lunghi secoli è stato semplicemente impero zarista, nei romanzi e nei racconti dei fratelli Singer, in Joseph Roth, in spettacoli o film musicali quali Yentl o Il Violinista sul tetto, in saggi e diari di viaggio splendidi come il recente Galizia di Martin Pollack (Keller, 2017).

In tutte queste opere c’è qualche cosa che in Oylem manca: il rumore, il caos, la vita. Prendiamo ad esempio lo Shabbat, il giorno di sosta e di festa che incombe, i preparativi frenetici: la casa da pulire, i bambini da vestire, il pane intrecciato da sfornare, il marito da spedire in sinagoga per tempo, le candele da accendere.

Ecco: in Oylem le candele si accendono da sole, mentre il narratore/invisibile protagonista rievoca quel momento, vissuto ogni venerdì delle lunghe settimane della sua infanzia e giovinezza. La voce che ci accompagna è quella di Rafael Goldwaser, attore israelo-francese cresciuto parlando lo yiddish, la lingua alto-tedesca nella grammatica, ma ricca di vocaboli ed espressioni delle semitiche ebraico ed aramaico, così come di lingue slave e centro europee quali ad esempio l’ungherese.

L’Yiddish è un viaggio, oltre che un linguaggio: il viaggio sempre più a est, lungo di secoli, degli ebrei d’Europa, di Aschkenaz, come nei primi secoli dell’anno mille gli ebrei chiamavano quell’area arcaica, mista di Francia e di Germania, lungo le rive del Reno, in Alsazia, in cui si erano stabiliti, salendo dall’Italia, esiliati e dispersi dalla Terra di Israele e dalla Gerusalemme del Tempio distrutto dai romani. Decine di migliaia di chilometri, un paio di millenni di Storia: tutto riassunto in una lingua che nel suo corso, proprio come i grandi fiumi che solcano l’Europa, erode, trasporta e prende con sé voci, suoni, rumori, espressioni, termini d’amore e odio, rabbia e tristezze, speranza e gioia.

L’altra voce di Oylem è Leopold Niborski, giovane attore nemmeno ventenne, un ragazzo cresciuto in yiddish, che oggi recita al Teatro yiddish di Parigi. Rafael e Leopold si alternano nel condurre lo spettatore, unica “presenza” umana in un mondo vuoto, orfano, rimasto solo, privato di uomini, di donne, di bambini (Oylem è ebraico e yiddish per mondo, ma significa anche eternità e in modo ironico anche folla, per esempio quella che popola un teatro, o una sala cinematografica: il pubblico).

La vicenda raccontata, allusa, intuita, è quella di un giovane cresciuto in una famiglia come tante, umile, lavoratrice durante la settimana e pia il giorno del Sabato, che – proprio un sabato pomeriggio, dopo il pranzo, in sinagoga – incontra un giovane socialista, un rivoluzionario membro del Bund (in yiddish: Lega), il primo partito socialista dell’impero zarista, nato a Vilnius nel 1897.

L’incontro è di quelli che cambiano il corso di una vita, e forse della Storia. Il giovane studente di Yeshivah (accademia talmudica), fino al giorno prima immerso nello studio della Bibbia e dei commentari rabbinici, decide di assumere quegli stessi valori di giustizia sociale, di redistribuzione equa della ricchezza, il desiderio “messianico” di portare la redenzione in terra, che fino a quel momento ha solo letto, studiato, desiderato e implorato nelle sue preghiere, per farsi portatore lui stesso di quel messaggio e di quella speranza.

L’ebreo che diventa bundista e socialista ha deciso di non aspettare più il messia, ma di diventarlo, consapevole che a ogni essere umano sono dati la facoltà e il dovere di affrettare la redenzione, realizzando qui e ora l’Era messianica. “Il Messia sei tu, quando ti comporti in maniera tale da permettere la sua venuta”, ha scritto Emmanuel Lévinas, filosofo ebreo, lituano, francese.

 

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